Cavit rilegge il territorio trentino

Due nuovi vini da vitigni storici

A fronte di un mercato del vino che evolve verso nuovi trend di consumo che privilegiano freschezza, identità territoriale e gradazioni moderate, la Cavit di Trento (cooperativa che riunisce 11 cantine sociali e 5.250 viticoltori, presidiando oltre il 60% della superficie vitata trentina) reinterpreta vitigni storici del territorio in chiave moderna puntando su bevibilità e qualità accessibile. Due vitigni come il pinot bianco e la schiava hanno dato vita a vini che rispecchiano questa tendenza: Pinot Bianco Bottega Vinai e Schiava Cum Vineis Sclavis, diversi per carattere, ma uniti da una stessa idea, la riscoperta come evoluzione.

Il Pinot Bianco Bottega Vinai è frutto di un articolato progetto di ricerca agronomica su due territori trentini distinti durato 4 anni. Due zone climaticamente diverse sono state analizzate separatamente vendemmia dopo vendemmia. Con il supporto del Sistema Pica (Piattaforma integrata cartografica griviticola), il team agronomico Cavit ha individuato una selezione di vigneti in due aree, quella dell’Alto Garda e quella della Vallagarina occidentale, in cui si riscontrano condizioni pedoclimatiche ideali per la coltivazione di questo vitigno esigente e delicato. “Il pinot bianco richiede climi ventilati e una buona escursione termica -è il commento di Andrea Faustini, responsabile del team agronomico ed enologico di Cavit- Nell’Alto Garda l’influenza del lago garantisce una maturazione dolce e aromatica, nella Vallagarina occidentale, oltre i 400 metri, i terreni offrono più struttura e freschezza acida. Sono climi molto diversi pur essendo geograficamente vicini, e dalla combinazione delle due zone nasce la complessità del vino”.

Il Pinot Bianco Bottega Vinai, uscito con l’annata 2025, si distingue per una precisa scelta stilistica: valorizzare delicatezza, finezza di profumi e freschezza, caratteristiche varietali esaltate dall’affinamento esclusivo in acciaio. Si differenzia dai Pinot Bianco di Alto Adige e Friuli, tendenzialmente più maturi e strutturati per gli affinamenti in legno, e si rivolge a un consumatore curioso di ritrovare, in un vitigno di nicchia, lo stile fresco e profumato dei vini trentini. “Abbiamo scelto di non usare legno, per preservare la freschezza che è il tratto più autentico di questo vitigno. Il risultato è un vino dal colore giallo lucente con sfumature verdoline, note di mela verde e fiori bianchi, secco e persistente”, spiega l’enologo Fabrizio Marinconz.

Perquanto riguarda il secondo vino, Schiava Cum Vineis Sclavis, prodotto con uve schiava, c’è da ricordare che questo vitigno autoctono è passato dall’80% all’1,8% di superficie coltivata in Trentino nel giro di mezzo secolo, cedendo progressivamente spazio a varietà più redditizie. Eppure possiede caratteristiche che parlano direttamente ai nuovi linguaggi del consumo: gradazione naturalmente moderata (12% volumi), freschezza, leggerezza, bevibilità immediata. Dice Faustini: “La Schiava cresce bene solo nelle zone di grande vocazione viticola. Le nostre selezioni vengono da vigneti collinari con ottima esposizione, tendenzialmente vecchi, perché nessuno oggi ripianta schiava. È lì che questo patrimonio storico può esprimere tutta la sua modernità”.

Con il progetto Cum Vineis Sclavis, prodotto nell’annata 2024, Cavit è tornata alla classica vinificazione in rosso della tradizione trentina, valorizzando vigne vecchie selezionate in zone collinari di alta vocazione. Il nome del vino richiama le origini: “cum vineis sclavis” era l’espressione latina con cui si descriveva la forma di allevamento medievale a filare, dove la vite veniva legata a un supporto fisso per condizionarne lo sviluppo.

“Con la vinificazione in rosso della tradizione abbiamo ottenuto un vino leggero e versatile, capace di anticipare i trend del bere contemporaneo con un’anima antica e una lettura moderna -dice Marinconz- Il risultato è un vino centrato: rubino brillante, profumi fragranti di ciliegia e lampone, gusto secco con un sottofondo di mandorla”.