di Irene Catarella
“Confini. Da Gauguin a Hopper. Canto con variazioni”, è la mostra in scena fino al 12 aprile negli spazi appena riportati a splendore dell’Esedra di levante dell’incantevole complesso dogale di Villa Manin, a Passariano di Codroipo, in provincia di Udine. Ideata da Marco Goldin, promossa dalla Regione Friuli-Venezia Giulia, da Erpac Fvg e da Linea d’ombra, è l’evento finale del programma per la celebrazione di Nova Gorica-Gorizia Capitale europea della Cultura 2025. Sedici sale e 130 opere celebri provenienti da musei d’Europa e d’America disegnano una geografia dell’anima lungo i secoli XIX e XX, quando la pittura ha interrogato più radicalmente il limite: dello spazio, dello sguardo, dell’esistenza.

Il confine non è qui una linea che separa, ma una soglia che vibra. Nasce dal pensiero antico di Lucrezio, dal dialogo tra finito e infinito, e si trasforma in orizzonte mobile, sempre spostato più in là, fino a dissolversi. Il paesaggio diventa universo, e l’universo si riflette nell’interiorità umana.

Fin dall’inizio, la mostra oppone e intreccia luce e buio, terra e cielo. In Kiefer l’orizzonte è ferita e promessa, in Rothko diventa immersione silenziosa nell’abisso interiore. Courbet e Monet inseguono il punto instabile tra mare e cielo, dove il tempo si fa materia, mentre Cézanne apre alla lontananza della Provenza, preludio alle fughe radicali di Gauguin. Il confine si stringe poi nel volto. Gli autoritratti di Van Gogh, Munch e Gauguin sono mappe tormentate dell’io, territori in cui lo sguardo cerca un limite estremo. Nei visi di Degas, Manet e Courbet, invece, il confine è quotidiano, domestico, trattenuto nel silenzio. Con Giacometti e Bacon il volto si consuma, diventa campo di tensione moderna, mentre Modigliani sospende lo sguardo in una distanza enigmatica: un occhio al mondo, uno all’interno.

La pittura americana apre spazi primordiali. Dalla Hudson River School a Homer, la natura è luogo di fusione tra corpo e spirito, eco di un Eden ancora possibile. Le figure, minuscole o immobili, segnano il punto in cui l’umano si misura con l’immenso. Hopper raccoglie questa eredità trasformandola in solitudine luminosa, mentre Diebenkorn e Wyeth eleggono finestre e giardini a soglie silenziose tra intimità e infinito.

In Europa il confine passa dalla finestra di Matisse, dal mito sospeso di Böcklin, dalle montagne di Segantini. Gauguin incarna il desiderio di oltrepassare ogni limite: Martinica, Bretagna, Tahiti sono tappe di una fuga che è insieme geografica e visionaria, ricerca di un altrove che resta sempre incompiuto.

Il Mediterraneo e la Provenza diventano confini prossimi, luminosi, condivisi da Monet, Cézanne, Van Gogh e Bonnard. Qui il dialogo con l’arte giapponese semplifica la forma, purifica il segno, avvicina l’essenziale.
Il XIX secolo celebra la natura come misura del mondo: montagne sacre, mari eterni, cieli smisurati. La Sainte-Victoire di Cézanne è superficie mentale più che paesaggio, mentre Turner e Courbet affrontano il mare come forza primigenia, storia e destino. Con Bonnard, Nolde e De Staël il colore diventa atto spirituale, esperienza interiore. Il cielo, infine, domina. In Friedrich è luogo del sacro, in Constable diario atmosferico, in Boudin esercizio quotidiano dello sguardo. Monet ne fa un confine mobile sopra la Senna, fino a chiudersi nel giardino di Giverny: spazio raccolto che contiene tutti i viaggi, tutte le distanze. Le ninfee non negano l’infinito, lo custodiscono.

L’ultima sala riunisce cieli lontani e affini: le notti nordiche di Munch, le paludi di Mondrian, le sospensioni di De Staël, i venti di Nolde. E ancora Hopper, con i suoi spazi vuoti e dilatati. In lui confluiscono tutti i confini attraversati: paesaggio e psiche, luce e silenzio, presenza e attesa. Qui il viaggio si compie, senza davvero finire.
