C’è un vigneto, ai piedi del Monte Bianco, che porta scritto nei documenti il proprio nome fin dal 1714. Si chiama Vigne Rovettaz, si trova nel comune di Quart, a pochi chilometri da Aosta, ed è il cuore pulsante dell’azienda Grosjean: sei ettari a forte pendenza, fino al 45%, con 130-140 metri di dislivello interno e una geologia che porta ancora i segni degli antichi ghiacciai: sabbia e sassi, senza traccia di argilla o limo. È qui che, nel 1982, la famiglia Grosjean ha piantato la prima petite arvine della propria storia, e quest’anno quella scommessa festeggia i quarant’anni.

La storia dell’azienda, però, è molto più lunga. I Grosjean arrivano in Valle d’Aosta nel Seicento, quando il Duca di Savoia invitò alcune famiglie di Savoia e Borgogna a ripopolare la valle dopo la terribile epidemia di peste del 1630. Già allora la famiglia produceva e commerciava vino localmente, ma è negli anni Sessanta che nasce l’azienda nella sua forma moderna, per iniziativa del nonno Dauphin Grosjean, che presentò il proprio Ciliegiolo all’Exposition des Vins du Val d’Aoste. Da lì la crescita è stata costante: oggi Grosjean gestisce 18 ettari su tre zone diverse del territorio, tra i 300 e i 1.300 metri di quota, ed è guidata dalla terza generazione, i cugini Hervé, Simon, Didier e Stefano, con Hervé Grosjean nel ruolo di enologo e volto e riferimento dell’azienda.
Fino agli anni Ottanta, la Valle d’Aosta era terra di vini rossi: il bianco, quando c’era, era percepito quasi come un vino di nicchia. Puntare su una varietà bianca come la petite arvine -arrivata in valle dal Vallese svizzero, dove il vitigno affonda le radici più profonde, con qualche presenza anche sul versante francese del Monte Bianco- aveva davvero il sapore della scommessa.

“All’epoca tutti bevevano rosso e al più il bianco veniva bevuto la domenica mattina, mentre l’apprezzamento costante era solo di una élite”, racconta Hervé Grosjean. A convincere la famiglia fu il canonico Joseph Vaudan (ndr: da fine degli anni ‘50 al 1986 direttore dell’Ècole d’agricolture poi divenuto Institut Agricole) e l’idea iniziale era che la petite arvine potesse “sostenere” il pinot grigio già coltivato in azienda. Bastarono le prime vinificazioni per capire che quella varietà non aveva bisogno di alcun sostegno: camminava benissimo sulle proprie gambe. “Nel 1982, quando abbiamo preso in affitto il primo pezzo di Vigne Rovettaz, ho detto a mio padre: qui dobbiamo metterci petite arvine. E lui: sì, ma poi chi beve tutto questo bianco?”, ricorda Grosjean.
Fare vino bianco di qualità, va detto, è tecnicamente più complesso che fare vino rosso: per questo la scelta della famiglia Grosjean fu una vera scelta di visione. Il primo impianto di petite arvine nella Vigne Rovettaz risale al 1982; l’etichetta che ne è nata ha cambiato più volte nome nel corso dei decenni, prima di stabilizzarsi sull’attuale Vigne Rovettaz, che oggi rappresenta oltre il 30% della superficie vitata gestita direttamente dall’azienda.

In occasione dei quarant’anni della produzione di petite arvine, Hervé Grosjean ha raccontato del ritrovamento del documento del 1714 che fa riferimento al toponimo Vigne Rovettaz. “Siamo riusciti a ritrovare, grazie a un caro amico, dei passaggi di editti nella chiesa di Saint-Christophe dove si citava il vigneto Rovettaz già trecento anni fa – racconta il produttore- In sede di compravendita, non bastava dire ‘un parte di vigna’ – si specificava il nome del vigneto, per attribuirgli un valore peculiare. È lo stesso principio che oggi guida la filosofia della nostra cantina, fortemente legata al concetto di cru: anche all’interno della stessa Rovettaz convivono numerose micro-esposizioni, motivo per cui il vigneto non è impiantato solo a petite arvine, ma ospita anche fumin, cornalin e petit rouge, ciascuno nella porzione di terreno più adatta”.

Grosjean è stata la prima azienda valdostana a convertire l’intera produzione al biologico, anche se oggi la certificazione non è più formalmente attiva: resta comunque un approccio a basso intervento, attento all’ambiente, sostenuto da una cantina che produce da sola il 95% dell’energia che consuma. Una filosofia necessaria in un territorio dove la viticoltura viene definita eroica per le pendenze molto importanti che richiedono fino a 700-800 ore di lavoro per ettaro in vigneti di piccole dimensioni, in appezzamenti parcellizzati, con escursioni termiche giornaliere che in certe stagioni superano i 20°C e un cambiamento climatico che negli ultimi anni ha stravolto ogni calendario.
“Dal 2016 si è persa qualsiasi regolarità stagionale. Nel 2017 una gelata durissima colpì tutta la Valle d’Aosta, facendo perdere fino all’80% del raccolto e propagandosi fino in Borgogna a nord e in Toscana a sud -ricorda Grosjean- I cambiamenti in atto sono importantissimi: quest’anno ha visto la vendemmia anticipare di quasi due settimane rispetto alla norma. Noi ci adattiamo con flessibilità tecnica in vigneto e in cantina”.
Oggi la produzione complessiva di vino in Valle d’Aosta si aggira sui 2,2-2,5 milioni di bottiglie all’anno, e Grosjean è una delle aziende più orientate all’export, con circa il 45% delle vendi
te fuori dai confini nazionali, dal Giappone agli Stati Uniti, dalla Nuova Zelanda a mercati di nicchia come la Thailandia o le Isole Cayman. “Per noi è un fiore all’occhiello avere clienti esteri piccoli, ma fedeli, perché portano i nostri vini dall’altra parte del mondo. La parte importante delle nostre vendite in Italia si divide tra ristorazione ed enoteche locali, in un contesto dove il turismo del vino, quasi inesistente un decennio fa, è oggi una voce di reddito importante: le vendite dirette in cantina sono passate dal 2-3% al 15-20%, sostenute da un programma di visite, degustazioni e picnic in vigna che negli ultimi anni ha portato in azienda migliaia di visitatori l’anno. Quando si parla di Valle d’Aosta -sottolinea il produttore- si pensa allo sci, alla fontina, alle passeggiate. Il nostro obiettivo è far sapere che qui si fa anche vino, e si cerca di farlo buono”. L’obiettivo dichiarato della famiglia, con i nuovi terreni acquisiti, è arrivare a circa 200 mila bottiglie annue e consolidare Grosjean come nome di riferimento della viticoltura valdostana.
In cantina, la Petite Arvine della Vigne Rovettaz viene oggi vinificata secondo un disegno preciso: la maggior parte in acciaio, per preservarne la spiccata sapidità minerale e i profumi agrumati e di fiori alpini che la caratterizzano; una piccola percentuale -storicamente attorno al 15-20%- fermenta e completa la malolattica direttamente in legno, per aggiungere rotondità e profondità senza coprire la spina dorsale acida della varietà. Su questa base si è sviluppata anche la linea Les Frères, dedicata alla memoria dei fondatori, che seleziona le migliori barrique da 300 litri di ogni annata per un affinamento più lungo in legno, oggi contenuto entro i 12 mesi dopo che le prime prove con affinamenti più prolungati avevano rischiato di appesantire troppo il vino. È proprio questa capacità di restare riconoscibile -fresca, sapida, capace di invecchiare con eleganza per decenni pur cambiando volto da un’annata all’altra- a rendere oggi la Petite Arvine di Grosjean, secondo molti osservatori del settore, il vitigno bianco più rappresentativo della Valle d’Aosta. Lo ha dimostrato con una verticale che è andata indietro fino al 1997 per festeggiare, presso l’incantevole Golf Club Courmayeur et Grandes Jorasses nell’altrettanto bella Val Ferret- i suoi primi quarant’anni.
Anche grazie ai Grosjean la Petite Arvine – bianco dal naso agrumato e di fiori alpini e piacevolmente salino al palato – “è diventato – racconta Hervé – il vitigno a bacca bianca e il vino del territorio montano valdostano per antonomasia: si trova soltanto “attorno” al Monte Bianco, in Valle d’Aosta, nel Vallese (ndr: la Svizzera Francese), da dove probabilmente ha origine, e in Alta Savoia. È una varietà fantastica, che saprà adattarsi al cambiamento climatico: è la varietà del momento, ma sarà anche la varietà del futuro. E ha dimostrato di saper dare bianchi longevi. Una capacità di cui noi stessi tempo fa non eravamo consapevoli” – ha concluso Hervé.
Un simbolo della montagna capace, quarant’anni dopo quella prima scommessa, di raccontare al mondo un territorio che ha ancora molto da dire”.
Clementina Palese
