Storie di Pasta una vita da Felicetti

Una monografia dedicata al pastificio di Predazzo, in Val di Fiemme, racconta una storia di famiglia e passione, intuizione e coraggio. Con la forza del gruppo e l’importanza del manico del pastaio.

Il sociologo Zygmunt Bauman la definirebbe un’azienda glocal, capace di agire localmente e pensare globalmente. E sarebbe certamente una definizione azzeccata per il Pastificio Felicetti, ben piantato a Predazzo, nella rigogliosa Val di Fiemme, sulle Dolomiti, a 1.018 metri di altitudine: il più alto e il più a nord d’Italia, l’unico rimasto di quegli 11 che vi erano negli anni Sessanta in Trentino (e tutti in pianura). L’unico rimasto proprio perché -e non è un azzardo sostenerlo- si è sentita l’esigenza -la necessità- di confrontarsi con il mondo al di là della valle (e non in senso stretto), percorrerne le strade e inventarne di nuove. Nel vero senso della parola. Riccardo Felicetti è colui che va e ritorna, felice di essere un moderno globetrotter, sempre sorridente e -sembra- mai stanco di raccontare, spiegare, svelare peculiarità e segreti della pasta di famiglia ai quattro angoli del globo. Oggi risponde al telefono da Innsbruck, quasi dietro casa, il giorno dopo da New York, la settimana successiva dall’Asia. “Il mio lavoro più importante è cercare ispirazione, quello che vedo in giro per il mondo per declinarlo nel nostro. Un compito che apparentemente sembra facile, ma che in realtà è complesso”.

Storie di Pasta una vita da Felicetti.

E sono proprio l’intuizione e l’osservazione che portano un imprenditore a costruire nuovi scenari e a intraprendere strade non ancora battute per portare i propri valori e la propria esperienza oltre confini già definiti. E grazie a questa visione, a questa apertura sul mondo che il Pastificio Felicetti si è trasformato da azienda territoriale a grande realtà internazionale. Si deve all’intuito e alla sensibilità della quarta generazione la conversione dell’azienda -che ha festeggiato 110 anni di attività- alla produzione biologica a metà degli anni ’90, così come l’idea di puntare sulle produzioni monovarietali (nel 2004) e il lancio della linea Monograno con il coinvolgimento dei più grandi chef, da Davide Scabin a Norbert Niederkofler a Carlo Cracco. Cambiamenti condivisi da tutta la famiglia che costituisce un gruppo di lavoro affiatato e coeso che parte da Riccardo, amministratore delegato, comprende i cugini Paolo (il pastaio) e Stefano, il fratello di Riccardo, Enrico, e la cugina Nadia che si occupano dell’area commerciale, senza dimenticare papà Valentino, dinamico ottantenne nipote del fondatore del Pastificio, tuttora ben presente.

E questa è la vera forza di Felicetti: vedere oltre, andare dove gli altri non osano tutti insieme, uniti come una squadra vincente. E se da un lato i valori portati avanti da sempre sono quelli legati al territorio, alla sua valorizzazione e alla sua tradizione, dall’altro c’è anche la volontà d’innovazione, di essere precursori e di puntare su elementi importanti come il biologico e la selezione dei grani, rinunciando magari a incrementare la produzione, ma mai alla qualità. I formati dei tre brand, Felicetti, Felicetti Speciale Gastronomia e Monograno Felicetti, ad esempio, nel corso degli anni sono passati dagli oltre 150 ai 100, a dimostrazione che il focus principale è l’eccellenza del prodotto e non la quantità.

Ma cosa rende una pasta eccellente? La risposta sembra semplice: l’acqua e il grano con cui viene prodotta. Ma la realtà è molto più complessa e coinvolge tanti fattori, a cominciare dal territorio per finire con l’uomo: il pastaio. Nel mezzo, tante piccole ma grandi circostanze, come, nel caso del Pastificio Felicetti, l’aria pura delle Dolomiti, l’acqua incontaminata dei ghiacciai, una selezione accuratissima della materia prima e il gioco di squadra di una famiglia che si dedica esclusivamente a produrre una pasta d’eccellenza. Perché dietro alla pasta c’è molto di più di ciò che comunemente si crede. E, alla fine, la differenza la fa anche -o forse soprattutto- chi fa la pasta. “Tutto il mondo pensa che la qualità della pasta derivi dalla qualità del grano duro, e in parte è vero, ma non è l’origine o la qualità del grano che fa buona la pasta ma, appunto, il ‘manico del pastaio’, le analisi e la capacità di selezionare e di scegliere dei grani. Poter interagire con agricoltori di cui conosciamo nome e cognome e con cui negli anni siamo diventatati amici per noi è molto importante, anche perché, alla fine, noi ci mettiamo la faccia ed è giusto sapere che c’è un senso di responsabilità reciproco”.

Così, per raccontare quel di più, o, meglio, farlo raccontarlo da altri, è nato il libro Storie di Pasta, monografia dedicata al Pastificio Felicetti da Dispensa, magazine di “generi alimentari e generi umani” fondato e curato da Martina Liverani. La pasta considerata come un prodotto agricolo, di territorio, ma anche di design. Un confort food che entra tutti i giorni nella vita di ognuno di noi e racconta chi siamo: ci piace la pasta lunga o corta? Con un condimento semplice o creativo? Si scopre molto condividendo un piatto di pasta, alimento da condividere per eccellenza che nasce con il contributo della natura ma anche degli uomini, animati da uno spirito contemporaneo che li rende capaci di contribuire in maniera concreta alla salvaguardia del territorio, rispettandone le risorse naturali e valorizzando le risorse umane. A Predazzo la famiglia Felicetti, però, non si limita a questo, ma ha a cuore anche il benessere della comunità (“Qui quasi tutti lavorano per il Pastificio”), così, il 30 maggio 2017 i Felicetti si sono impegnati con l’agenzia della Provincia Autonoma di Trento per la realizzazione di un nuovo stabilimento in Val di Fiemme: sarà attivo dal 2020 e occuperà 30 persone in più rispetto alle 60 in forza oggi.

Scorrendo il volume, che si nutre di contributi diversi e importanti, si scopre davvero l’universo della pasta: Michele Lupi scrive del design di questo alimento che, conferma Riccardo Felicetti, “è indubbiamente un prodotto che ha una forte valenza estetica, ma nell’ambito dei vari formati esiste una sorta di barriera mentale invalicabile per cui un formato nuovo, quando lo si è provato, non ha mai avuto successo. Si evolvono sempre e solo le forme tradizionali”. Forme che nascono dalle trafile, delle ruote in bronzo con dei fori attraverso i quali viene spinta la pasta per trasformarsi nel formato desiderato: la sala d’archivio delle trafile è un luogo emozionante e non per niente in copertina c’è proprio una foto altamente scenografica delle trafile. Camilla Baresani, nel suo scritto sulla storia della pasta negli Usa, Pasta means pasta, ricorda come Giuseppe Prezzolini, raffinato intellettuale italiano espatriato negli Stati Uniti, affermava che “gli spaghetti sono l’espressione del genio collettivo del popolo italiano”. E poi scrivono di pasta chef come Luca Fantin, Matteo Monti, Norbert Niederkofler, sportivi come lo sciatore Manfred Molgg, la golfista Giulia Sergas, la produttrice vitivinicola Marilena Barbera, la distillatrice Anna Maschio, il Mastro Acetaio Andrea Bezzecchi. Ognuno di loro svela un aspetto intimo e inedito del proprio amore per la pasta, a dimostrazione di come essa sia l’unico cibo confezionabile “su misura”.

Barbara Amati

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