Work in Food, cresce ma non è digitale

Il settore alimentare italiano è solido e ad alto potenziale: il 29% delle aziende assumerà e il 63% non ridurrà l’organico mentre solo l’8% prevede una riduzione. E’ quanto emerso dalla ricerca presentata da ManpowerGroup, alla presenza di un panel di relatori d’eccezione: oltre al padrone di casa Stefano Scabbio, Presidente Area Mediterraneo ManpowerGroup, hanno partecipato alla tavola rotonda Antonio Cellie, Amministratore Delegato Fiere di Parma, Fabio Leonardi, Amministratore Delegato di Igor, Davide Oldani, Chef stellato e Ambassador di Expo Milano 2015, Stefano Sala, Proprietario e Fondatore di Zuccari e Davide Sanzi, Direttore del personale di Expo S.p.A.

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Nel dettaglio, la web-survey “Work in Food – Future Jobs Trends in the Food Industry” si è proposta di comprendere il mercato del lavoro nel settore alimentare, analizzando strategie e investimenti futuri nell’ambito delle gestione delle risorse umane. A tal fine è stato coinvolto un campione di 442 aziende nazionali ed internazionali suddivise nei segmenti Industria (39%), Commercio (27%) e HO.RE.CA. (34%) e ugualmente rappresentative di micro (21%), piccola (26%), media (24%) e grande impresa (29%). In particolare, le assunzioni sono, per l’80% dei casi, focalizzate in ambito produzione. In Italia cresce poco l’ambito digital: solo il 43% degli intervistati pensa di potenziarne le figure e, tra coloro che hanno risposto affermativamente, solo il 35% punterà sull’e-commerce, che non è ancora ritenuto strategico. E nonostante l’export sia la vera risorsa per il settore, solo il 12% delle aziende intervistate investirà in figure collegate a questa competenza: si avverte dunque la necessità, per una maggiore visione strategica, di una crescita culturale a livello di management.

“Nonostante le lacune nell’export e nel digital, si continuano a cercare figure professionali in ambiti tradizionali, come quelli della produzione – afferma Stefano Scabbio, Presidente Area Mediterraneo ManpowerGroup – Le aziende italiane non percepiscono il gap che le allontana sempre più dalle imprese del resto d’Europa e d’oltreoceano, rimanendo ancorate a retaggi ormai superati. I produttori alimentari sono spesso convinti dell’intrinseca qualità dei loro prodotti e non investono a sufficienza nel go to market e nel retail. Soprattutto le PMI hanno necessità di una crescita culturale a livello manageriale che dia loro una maggiore visione strategica”. In Europa e Stati Uniti prevalgono le figure con forti connotazioni nel marketing e nel digital: negli Stati Uniti il 65% pensa di potenziare le figure collegate all’e-commerce, mentre in Europa pensa di farlo il 60% delle aziende.

“In questo panorama – conclude Scabbio – Expo Milano 2015 può dare una spinta al Made in Italy: il confronto con il mercato internazionale permetterà alle aziende italiane di cogliere in maniera più netta i bisogni già oggi emergenti e li porterà a considerare l’export, gestito in modo strutturato, quale chiave per la crescita”.

 

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