What’s hot, what’s cool

L’America da sempre fa tendenza: dall’ultima stranezza culinaria ai nuovi look per gli chef, l’universo gastronomico d’Oltreoceano presenta tutta una serie di curiosità. Molto spazio all’etnico, dal breakfast alle salse, alle divise più easy e al conto via smartphone

Monica Mazzanti

Something has changed! Un grido che, puntuale, arriva da Oltreoceano. E, regolarmente, si parte alla caccia dell’ultima moda, dell’ultimo vezzo, della tendenza di quel preciso momento. L’iPad, l’iPod, Facebook o Twitter, Google o Yahoo, l’happy hour e l’happy ending? Che si tratti dell’ultima trovata elettronica, dell’invenzione di una nuova professione, di una recente tecnica di fitness…agli Usa, da sempre, spetta il fascino indiscusso di trendsetter. Così, anche se nulla abbiamo da invidiare in campo gastronomico, lasciamoci tentare dalle recenti curiosità del settore e facciamo un salto in America.

APERTURA

Da dove iniziare? Con le teste di pesce. Buttarle? No di certo. La testa di salmone, ad esempio, arrostita in salsa di miso e acero, come visto da Chez Sardine a New York; la terrina di teste di cernia di The Ordinary, a Charleston o, magari, il collo di seriola, con insalata di mele, pompelmo e finocchio di A Pig in a Fur Coat, a Madison, si trasformano in prelibatezze da buongustaio. Dopo tutto, i cinesi già lo sanno: le teste di pesce sono la parte più succosa e gustosa. Da noi, non oltrepassano, invece, il limite del fumetto di pesce. Lecito domandarsi come si mangino. Si potrebbe ipotizzare che l’uso delle mani sia consentito, un po’ come per le costolette di maiale. E così, via libera anche alle crudité, servite con grande varietà di salsine in cui intingere gli ortaggi, tagliati in colorati bocconcini. D’altronde, usare le mani per mangiare, toccando il cibo e sfiorandone con il naso il profumo, ci riporta a un piacere negato, ma intimo e molto fisico, che sfrutta al meglio sensi altrimenti sopiti. Potrebbe essere un’altra tendenza: non preoccuparsi di sporcarsi per assaporare in pieno il gusto, proprio come i bambini.

cose-upMa ecco che arriva un elogio al Bel Paese: l‘nduja calabrese, un tipico salame morbido molto piccante. E’ di moda custodirne in frigorifero un vasetto in pasta, da spalmare su pane abbrustolito, all’italiana, o da mangiare con vongole al vapore, in dubbia versione Usa, è un must per i foodie americani. Sul fronte dei formaggi si passa, invece, da un estremo all’altro: vanno forte quelli prodotti da mani artigiane, direttamente in fattoria, ma anche latticini di importazione,: dal queso fresco messicano al cipriota halloumi, fino al paneer del sud-est asiatico.

Anche le alghe non sono più ormai esclusiva della cucina orientale ma, sull’onda del ecosostenibile, anche quelle dei mari occidentali approdano in salse e condimenti vari. E, ora, anche il breakfast può avere un’impronta etnica, rivisitato da sciroppi aromatizzati provenienti dall’Asia, con pancake a base di latte di cocco e dolcetti ripieni di ashta libanese, una crema profumata all’acqua di rose e arancia. Il classico uovo della colazione americana può essere invece servito in versione shakshuka medio orientale, cioè variamente speziato con l’aggiunta di pomodoro, aglio, cipolla e peperoni.

Tra i condimenti e le salse spiccano l’indiana raita, a base di yogurt, e l’agrodolce chutney, realizzata con frutta o verdura; la piccante sriracha, originaria della Thailandia; l’argentina chimichurri, di colore verde e ottima con la carne e, dalla Cina, l’immancabile salsa di soia. Tra le bevande si assiste al ritorno di un classico americano, la limonata fatta in casa, ma anche in questo caso c’è spazio per l’esotico, con l’acqua di cocco e il tè freddo alla thailandese, composto da una miscela di tè nero, latte condensato, zucchero e spezie.

Così, la cucina fusion passa dal ristorante alla casa, dove non si è più intimiditi dallo sperimentare e inserire ingredienti internazionali nei piatti della tradizione. Dopo tutto, il paese del melting pot è quello da sempre più incline a influenze lontane. Al supermercato via libera invece alle porzioni da single, quelle “mordi e fuggi”; saranno anche più costose, ma certo tornano molto comode.

originalE per quanto riguarda il look? Chi l’ha detto che il bianco ingessato debba essere l’unico sovrano colore delle divise da chef? Il casual sta facendo capolino anche tra nomi blasonati. Tanto per cominciare, una bandana o una fascia tiene a posto i capelli, segue una t-shirt con logo del ristorante (in alcuni casi offerta ai clienti come souvenir) e, sopra, un grembiule sartoriale in denim, dalla cui tasca spuntano termometro e pinzette. Per essere più naturali, più disinvolti, più trendy. Negli arredi, addio al pesante legno del classico bar all’americana, quello nei film, con il lungo bancone e la fila di sedie. L’ultima moda lo vede rivisitato con superfici in marmo e, comunque, dal design leggero e brillante, con tanto di lampade a sospensione. Più lounge bar che vecchia taverna. Dulcis in fundo: come si porta the bill al tavolo? Via libera all’inventiva: dentro una lattina di sardine ripulita, come visto a The Pass & Provisions di Houston; con una minuscola molletta da bucato, da Lafayette di New York; sul vassoio in acciaio inox con timbro di cera personalizzato, da Saison di San Francisco, o attaccato al mini blocco porta foglietti fatto a mano, da Rolf and Daughters di Nashville. E, se invece si pagasse via smartphone, digitando direttamente al tavolo con il proprio telefonino? Ebbene sì, negli Usa già si può.

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