Luci e ombre del fuoricasa

Dopo Spagna e Gran Bretagna l’Italia è il Paese che più di tutti vive fuori casa. Certo il settore è in flessione, ma regge meglio di altri e ha ampi margini di crescita, grazie anche alla forte attrattiva dell’enogastronomia nei confronti del turismo

Stefano Masin

700846_30618862 NUOVANel 2012 il settore del fuoricasa ha perso 1,2 miliardi di euro, mentre quello dei consumi alimentari domestici negli ultimi cinque anni ha perso ben 15 miliardi. Ciò dimostra che il fuoricasa ha retto meglio la crisi rispetto ai consumi casalinghi. Sempre lo scorso anno, gli italiani hanno speso tra bar e ristoranti il 35 per cento dell’intera spesa alimentare, contro il 32 per cento della media europea. Sono i dati emersi dall’ultima ricerca dell’Ufficio studi Fipe (Federazione italiana pubblici esercizi), aderente a Confcommercio. P.E. 24h la Cas@ fuoricasa, questo il nome dello studio, ha rilevato dati interessanti in merito a un settore che “è stato capace di seguire il cambiamento dei tempi di consumo e delle tendenze della popolazione e che a tutt’oggi sta dimostrando di essere uno sbocco professionale importante per i giovani, con oltre 650 mila lavoratori subordinati di cui 200 mila stranieri”, come spiega Enrico Stoppani, presidente Fipe. Il dato è comunque negativo, ma i 1.200 euro pro capite spesi dagli italiani nella ristorazione, ossia il 32 per cento in più dei francesi e il 53 per cento in più dei tedeschi, ci posizionano al terzo posto in Europa dopo Spagna e Regno Unito, nei consumi fuoricasa.

bar-02Sostanzialmente gli italiani hanno speso nei locali 73 miliardi di euro, contro i quasi 140 miliardi in casa. Certamente questo è dovuto anche al fatto che l’Italia è un Paese con una forte incidenza turistica e il settore food and beverage rappresenta la seconda attrattiva per i visitatori, ma non solo. Gli italiani, di fatto, non rinunciano al ristorante che rappresenta, a seconda dei momenti, una necessità, un piacere o un break. La pausa pranzo, ad esempio, ha maggiormente risentito del cambiamento degli stili alimentari. “Questo momento di consumo ha avuto cambiamenti strutturali, in quanto negli ultimi 20 anni sono arrivati a essere 12 i milioni di italiani che mangiano fuori casa per motivi di lavoro; e congiunturali, poiché tra il 2008 e il 2010, a causa della crisi, circa 200 mila hanno smesso di frequentare bar e ristoranti in pausa pranzo e circa 300 mila mangiano direttamente in ufficio portandosi cibo da casa o comprandolo in negozi della Gdo piuttosto che di quartiere -spiega Luciano Sbraga, responsabile Ufficio studi Fipe- Al contrario la sera, che per tre italiani su dieci è diventata il momento del pasto principale, si continua ad andare a cena fuori”. Bisogna ricordare anche che ci sono almeno 8 milioni di connazionali a cui capita di consumare un pranzo fuori casa nei giorni feriali e nel fine settimana per motivi conviviali. In sostanza, agli italiani piace sempre stare insieme a tavola, ma si sanno anche adattare e, quindi, dovendo rivedere le loro abitudini per motivi di risparmio rinunciano in parte, ma non del tutto, a soddisfare i propri desideri. Dunque, vanno un po’ meno al ristorante e un po’ di più in pizzeria; al ristorante prendono una bottiglia di vino in meno e, magari, un solo dolce in due. “Semplificando, su 100 persone che escono a cena, la metà, oggi, mangia una pizza, 25 vanno al ristorante e le rimanenti si dividono tra le nuove (si fa per dire) formule risultato della globalizzazione come fast food, take away, hamburgerie o paninoteche gourmet -conclude Sbraga- Ciò dimostra che il fuoricasa tiene meglio perché legato al concetto di tempo libero, emozionale e turistico, a cui gli italiani non sanno rinunciare, mentre, al contrario, sanno ridurre gli sprechi nei consumi casalinghi, per cui si comprende il perché dell’importante flessione del settore”.

È importante comunque ricordare che il fuoricasa è comunque in difficoltà. Nel 2011 il saldo tra aziende nuove e quelle che hanno cessato l’attività è stato di 8.857 attività chiuse, e il medesimo dato del 2012 è di 9.345 in meno. Le potenzialità ci sono, ma è necessario seguire i cambiamenti e le mode che parlano straniero, con i ristoranti etnici, che sono attente ai prodotti, con i ristoranti biologici, e agli animali, con i ristoranti vegetariani, oltre ai format nuovi che stanno riscuotendo grande successo, come i panini gourmet o gli hamburger con prodotti di alta qualità. Ma anche internet, i social network e la tecnologia in generale sono fattori da non trascurare, soprattutto per le nuove generazioni abituate a scambiarsi informazioni in rete.

“Servono scelte aziendali innovative e competenza nel marketing; è importante sfruttare ogni possibilità e opportunità offerta dal mercato, prestare sempre maggior attenzione al cliente, ma per nessun motivo trascurare la qualità, che è e rimane il cardine del made in Italy -conclude Stoppani- Ma serve anche un maggior sostegno da parte dello Stato e una maggior sinergia all’interno del sistema, dai produttori di macchinari ai fornitori di materie prime fino a chi si relaziona con i consumatori, in modo da accrescere sempre di più il livello dell’offerta e del servizio proposto”.

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